Uncharted 3: L'inganno di Drake - la recensione

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Uncharted 3: L'inganno di Drake - la recensione

Messaggiodi Gatto » 29 feb 2012, 15:25

In questo mondo di globalizzazione, anche per le console, si posso contare sulle dita i titoli che rimangono mono piattaforma e ancor di meno sono i giochi che sono cosi spettacolari che potrebbero portare una persona a preferire una console al posto di un altra (tolti i discorsi da FanBoy).
Posso dire senza ombra di dubbio che la serie di Uncharted è una di queste, Come la serie Gears Of War (il primo a mio avviso più di tutti) o i vari Halo (Halo Reach fra tutti) lo sono per Xbox 360.
Che dire di questa serie che non è stato già detto sulle principali testate on-line di videogiochi, direi motlo poco tranne forse che Uncharted nella sua struttura riesce a fare quello che negli anni i diversi sviluppatori non sono riusciti con la serie Tomb Raider. Per chi ha già giocato (e soprattuto apprezzato) gli altri due capitoli della seria Uncharted 3 è un acquisto assolutamente obbligatorio, avviso però fin da subito che il game-play non porta grosse innovazione tranne forse nel sapere mixare meglio i vari aspetti del gioco (scene quicktime/action/adventure) con una trama veramente da film Oscar in cui finalmente si scoprono particolari sulla vita del nostro Nathan Drake.
A livello grafico/sonoro i ragazzi di Naughty Dog hanno fatto un vero miracolo, se il primo Drake già risultava qualitivamente spettacolare, questo sembra quasi uscito fuori dalla next generatio e il doppiaggio in Italiano è ancora una volta di ottimo livello.

Con il prossimo post vi riporto la recensione presa da GamesBlog che onestamente condivido pienamente
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Re: Uncharted 3: L'inganno di Drake - la recensione

Messaggiodi Gatto » 29 feb 2012, 15:31

Articolo preso da GamesBlog

Pubblicato: 04 nov 2011 da Antonio

Era il 2007 quando Sony e Naughty Dog gettavano per la prima volta nella mischia l’avventuriero Nathan Drake. Da allora sono trascorsi ben quattro anni. Anni in cui in questo settore è avvenuto di tutto e di più, tra Kinect, Move, 3DS, ma anche conferme e smentite da parte di serie blasonate. Oppure titoli sorprendentemente validi, a dispetto di vigilie avare di paroloni, quantomeno non nella misura in cui se ne spendono per altre chiacchierate compagini, specie a cadenza annuale.

Perché tale premessa? Perché in un mondo in cui sfruttare un brand è divenuta pratica usuale, arrivare al terzo capitolo della stessa serie in così poco tempo è un rischio - non commerciale, s’intende. Quanto è già stato detto lungo il susseguirsi delle varie iterazioni? Cosa possono ancora dire certe schemi, certi dinamiche, certi personaggi? Siamo certi che gli sviluppatori di Uncharted 3: L’inganno di Drake si saranno posti gli stessi identici quesiti. Anzi, siamo pronti a scommettere che non ci avranno dormito la notte.

Eccoci allora pronti per tentare di trasmettere quanto noi abbiamo ricavato dalla nostra esperienza con questo terzo capitolo, senza incertezze o imbarazzi di sorta. D’altra parte il compito non è dei più agevoli, visto e considerato che Uncharted è per certi versi divenuto emblema dell’attuale generazione per Sony. Un’esclusiva pesante, che al di là dei sempre legittimi gusti, ha fatto breccia nei cuori di molti. Potevamo non parlarne, dunque?

SIC PARVIS MAGNA

“Da umili origini, grandi imprese“. Che il fascino del latino, oltre che della saggezza che porta in dote, non sia mai tramontato è noto a tutti i meno superficiali. Ed è bello che Uncharted 3 parta proprio da questa frase, peraltro assolutamente calzante all’incipit narrativo. Sì perché, dopo due capitoli, gli “sceneggiatori” hanno deciso di imboccare una via a questo punto necessaria, ossia accennare al passato di Nathan. A scanso di equivoci, non che la trama proceda su due binari, ma il suo dipanarsi risente senza dubbio di quanto veniamo a conoscenza nelle primissime battute del gioco.

Nel primo capitolo fu El Dorado, nel secondo Shambhala, mentre nel terzo… No, siate voi a scoprirlo! Ciò che possiamo dirvi è che stavolta il nostro protagonista è certamente più coinvolto che in passato, per via di una vicenda storica che non solo (manco a dirlo) coinvolge il buon vecchio Sir Francis - suo antenato ed altrettanto scavezzacollo - ma anche la percezione di unità famigliare che lega Nathan all’intera discendenza dei Drake.

Da qui il ricorso a quel “parvis“, laddove tale termine sta per origini. Per certi versi L’inganno di Drake è un titolo leggermente più introspettivo, in termini narrativi. Andando avanti (parecchio avanti), scoprirete cosa si cela dietro a questa ossessionata ricerca dell’Atlantide del Deserto - e di cui continuiamo a non dirvi nulla. Solo allora realizzerete quanto sia stato interessante l’escamotage di un “qualcosa” che crea allucinazioni. Il tutto, inserito in una faccenda che chiama in causa l’occultista John Dee, nonché fidato consigliere della regina Elisabetta I; di un gruppo di templari sui generis, al servizio della corona britannica; ed ovviamente Sir Drake, mandato in spedizione proprio da Elisabetta I Tudor.

Non a caso caso il nostro avventuriero, mai come adesso, è solo, a combattere non solo i suoi diretti nemici, bensì anche i propri fantasmi. Fantasmi che si materializzano con una foga e una veemenza unica, mediante alcune misure davvero di classe. Si capisce anche perché i tanti accostamenti al cinema. Ebbene, non possiamo che essere d’accordo con chi ha sostenuto questa tesi. Pur mantenendo una propria ed ineludibile specificità videoludica, Uncharted 3 può a ben diritto essere considerato uno dei più riusciti punti d’incontro tra il cinema e videogiochi. Tutto o quasi ce lo suggerisce. Una regia quasi sempre impeccabile, un ritmo incalzante, un po’ di citazionismo e forse pure un briciolo di suspance.

Ecco perché non si può cadere dal pero dinanzi ad un Justin Richmond che (anche ai nostri microfoni) illustra laconicamente il motivo della linearità di questa serie. Di esempi illustri che smentiscono la tesi per cui una trama di livello necessiti di lunghi ed estenuanti corridoi ce ne sono parecchi. Tuttavia è sempre indispensabile comprendere da quali presupposti partano gli sviluppatori, che certe cose le discutono preventivamente e ci si accapigliano più che per altri aspetti. Evidentemente in Naughty Dog necessitavano di questa struttura in funzione a ciò che gli interessava. E per quanto osservare certe ambientazioni come se si fosse dentro ad un auto in moto, dalla quale non si può scendere, generi a tratti una certa amarezza, non ce la sentiamo di dare addosso a nessuno per questo tipo di scelta.

Certo, anche noi sogniamo un giorno in cui Uncharted duri potenzialmente quaranta ore, con una libertà di movimento pari ad altre produzioni di genere, e pressoché lo stesso dettaglio grafico. Richmond non ha smentito, ma una cosa è bene dirla: per quanto questo fantomatico gioco possa o meno divenire realtà, bisogna tenere in conto che non si tratterà più di Uncharted. C’è sempre una macroscopica differenza tra rivoluzione e rinnovamento.

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ABC DEL PERFETTO AVVENTURIERO

Passiamo brevemente in rassegna le principali componenti che rappresentano le basi della serie a livello di gameplay. Sostanzialmente, anche a costo di apparire superficiali, la struttura del gioco si snoda attraverso tre fasi: sparatorie, arrampicate ed enigmi. In passato, però, qualcuno ha fatto notare come una determinata anima prevalesse in maniera invadente sulle altre, e nel nostro caso diremmo si tratti proprio degli scontri. Ebbene, in Uncharted 3 tutto è stato davvero meglio bilanciato. Certo, gli enigmi continuano a contarsi sul palmo di una mano, ma non è corretto dire che non abbiano alcun peso nell’economia della struttura sopracitata.

Sia chiaro, l’impronta votata all’azione è qui più presente che mai. Anzi, proprio in virtù di questa sopraggiunta maggior armonia è ancora più marcata che in precedenza. Il tasso di adrenalina sale spesso e volentieri alle stesse, regalandoci brevi ma intensi momenti di puro spettacolo. Non stiamo parlando di un titolo per indoli quiete. In Uncharted 3 bisogna correre, sparare, appendersi e di nuovo correre e poi sparare.

E’ chiaro che anche in questo contesto c’è spazio per rifiatare. Si tratta di fasi che, peraltro, noi abbiamo preferito spendere per ammirare la magnificenza di certe ambientazioni. Si resta esterrefatti, per un motivo o per un altro, da luoghi come lo Chateau in Francia, oppure la Cittadella in Siria. Posti di un fascino incommensurabile, e qui riportati in maniera, se non fedele, senza dubbio veritiera. Dev’essere così, dato che le nostre sensazioni sono state ampiamente solleticate. Alla luce di certe location, varie sono le soluzioni a cui si va incontro, tornando sul gameplay. Enormi lampadari, scale di fortuna e quant’altro rappresentano sempre le vie di fuga più congeniali.

Quanto al grado di sfida offerto, beh… si tratta sempre di un terreno piuttosto soggettivo. In linea di massima, diciamo che, qualora s’intendesse portare a termine il gioco senza particolare patemi d’animo, ma giusto per godersi il viaggio, il livello Normale offre un buon compromesso. Ciononostante, ci sentiremmo in difetto se non consigliassimo il livello Difficile, anche perché si tratta di nulla di trascendentale. Qualche morte in più qua e là, ma di rado si ha l’impressione di non riuscire in alcun modo a superare qualche punto. D’altra parte questa variabile entra in gioco in battaglia, sia che si tratti menare le mani (e vi capiterà… oh se vi capiterà!) sia che si tratti di sfoderare gli strumenti.

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SEMBRA UNA GITA MA NON E’ UNA GITA

Eravamo in Siria, all’interno di una cornice tanto antica quanto emotivamente coinvolgente. Ci trovavamo lì non per caso, visto che la nostra meta era una cripta. Meglio entrare di notte, visto che alle prime luci dell’alba gli addetti avrebbero cominciato a recarsi in loco e predisporre tutto per le visite guidate che avrebbero avuto inizio qualche ora dopo. Ecco, senza che qualcuno fungesse da Cicerone, noi abbiamo preferito non scomodare nessuno, scorrazzando per la Cittadella siriana indisturbati. Quei fari, posti in specifici punti, creavano un’atmosfera che congelava la quasi solennità del luogo, vecchio e nuovo al tempo stesso.

No, non si tratta di un estratto di un qualche racconto d’avventura di serie B. E’ quello che abbiamo provato nel luogo in questione, così come in altri. Se c’è un aspetto su cui Uncharted 3 appare pressoché impeccabile è proprio nella propria veste grafica. Al di là del sempre azzeccato ed evocativo cromatismo che trasuda da tutti i pori, il dettaglio è talvolta devastante.

All’insormontabile fascino di certi scorci, va ad aggiungersi una scenografia che definire ispirata è dire poco. A tratti si ha l’impressione che davvero nulla sia stato lasciato al caso, e non soltanto in quelle situazioni, sin troppo evidenti, in cui certe piattaforme sono disposte in maniera tale da permetterci di andare avanti. Abbiamo citato la Siria, la Francia, ma come esimerci dalla menzione al capitolo all’interno di una nave che sta affondando?

Lì, a parer nostro, il level-design del gioco tocca vette considerevoli. E’ tutta un’armonia di più elementi: dalle inquadrature alle luci, dalla disposizione degli oggetti all’impressione generata da una nave sottosopra. Molti, più per distrazione che per altro, tendono a soprassedere su certe componenti, ma forse sta qui la bravura dei programmatori, oltre che di coloro che li dirigono. Certi effetti, calcolati in tempo reale, appagano la vista come di rado succede. La luce e l’acqua sono due di queste componenti che più continuano a soddisfarci, così come nei due precedenti capitoli.

Ma non si pensi che ai personaggi sia stato riservato un peggior trattamento. Le animazioni di Nathan, in particolar modo, sono ovviamente le più curate, ma ciò non è abbastanza. La coerenza di certe sue movenze assurgono a segno distintivo, che unito alla cura meramente estetica genera un risultato encomiabile. Di contro c’è una fisica che ancora non convince appieno, specie se vista in relazione a tutto il resto. Certi bug e magagne assortite proseguono, come compenetrazione tra i poligoni o gente che “vola” facendo finta di camminare, come se si trovasse su un piano diverso rispetto a noi. E’ molto difficile che ciò incida sulla scorrevolezza del gameplay, ma certe cose non è un male segnalarle.

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COMMENTO FINALE

Come spesso accade, ci ritroviamo a dover mettere la parola fine alla nostra modesta disamina, quanto invece di un punto preferiremmo una virgola - o al massimo, un punto e virgola. Questo ci dà il polso in merito alla nostra percezione del gioco, consentendoci di inquadrare, seppur a caldo, quanto ci sia piaciuto. Ed Uncharted 3, senza mezzi termini, ci è piaciuto da matti!

Non solo, come accennato sopra, opera un’eccellente commistione di elementi tratti dal cinema e trapiantati in un videogioco, ma lo fa con un certo stile, quello che davvero sembra appartenere a questa serie e a questa soltanto. Se non corressimo il rischio di tediarvi oltremodo, staremmo qui a descrivervi quanto intenso ed appagante sia stato calarci totalmente nei panni di uno spericolato avventuriero in cerca di qualcosa di più di un semplice bottino.

Il finale, tra l’altro, rende manifesta l’intera opera. Così come Nathan, anche noi, al termine della nostra avventura, scopriamo che sovente non è la meta che conta bensì il viaggio. Non c’è meta che possa rimediare alla frenesia di un viaggio vissuto in maniera distaccata ed incostante. E qui ci rifacciamo ad una celebre frase di Sir Francis Drake:

Ogni grande avventura ha un principio, ma è la strada da percorrere, quella che conduce al suo termine, che riserva la vera gloria.

Così è Uncharted 3: bello, coinvolgente e adrenalico. Chi lo sa… probabilmente il migliore della serie… e non semplicemente perché sia l’ultimo. Di certo lo è per noi!

Cosa ci piace
* Coinvolgente e adrenalinico
* Direzione artistica e creativa ineccepibile
* Il miglior Uncharted


Cosa non ci piace
* Fisica migliorabile
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